

Inizio questo articolo mostrandovi un grafico. Sotto potete vedere raffrontati l’S&P 500 (in nero) e il crude oil (in rosso).
Il grafico (settimanale) mostra come i due futures siano ben correlati. In un primo momento, può sembrare sorprendente la tendenza delle azioni a muoversi come il prezzo del petrolio. Infatti, è consuetudine pensare che un calo dei prezzi del petrolio sia una buona notizia per l'economia, quantomeno per gli importatori di petrolio.
In realtà, una spiegazione della tendenza delle azioni e dei prezzi del petrolio a muoversi insieme è che entrambi stanno reagendo a un fattore comune, vale a dire un rafforzamento/indebolimento della domanda aggregata globale, che avvantaggia/danneggia sia i profitti aziendali che la domanda di petrolio.
Non è l’unico motivo possibile, possono essere altre le spiegazioni di questo fenomeno. Come da esempio una maggiore incertezza generale e quindi una minore aversione al rischio (con conseguente calo di azioni e petrolio). Oppure che un rialzo del prezzo del petrolio, anche se inizialmente causato da una minore offerta, influisca sulle condizioni finanziarie globali agevolando il merito creditizio di società o paesi produttori di petrolio.
Tutta questa introduzione per arrivare al tema di questo articolo. Vi mostro sotto un altro grafico.
Il grafico mostra come ogni aumento del 50% del greggio ha poi portato a una recessione. Il motivo? Non perché l’aumento del petrolio sia troppo gravoso da sostenere, ma perché le banche centrali al galoppare dell’inflazione rispondono aumentando i tassi.
Gli Stati Uniti, il FOMC, nell’ultima riunione ha alzato i tassi di 25bps e prevede altri 6 rialzi (sempre di 25 bps) durante il 2022. Ho già spiegato nel mio articolo “Il premio per il peggior presidente della FED va a…” il motivo del perché i ripetuti rialzi dei tassi saranno inutili per combattere l’inflazione e porteranno solo a una sostanzioso calo della crescita economica americana.
Questa non è solo la mia opinione ma anche quella del mercato, con il Dollar Index che ha chiuso la settimana in calo dello 0,94%.
Un banco di prova lo avremo mercoledì, quando uscirà il dato dell'inflazione inglese con la Bank of England che ha alzato già due volte i tassi d'interesse.
Concludo incrociando le dita. Negli ultimi giorni sta trapelando un po’ di speranza sulla possibilità di raggiungere un accordo sulla fine della guerra in Ucraina. Si respira maggiore ottimismo. Se questo dovesse succedere, porterebbe a un allentamento della pressione sui prezzi delle materie prime e non solo, anche alcune valute che con la guerra sono state penalizzate dagli investitori ne beneficerebbero.
In modo semplice e conciso, spiego perché dovremmo prepararci ad una recessione. È molto probabile, infatti, che questo sarà il risultato dei ripetuti aumenti dei tassi d’interesse delle banche centrali…
Sono un analista macroeconomico e finanziario con oltre 30 anni di esperienza, inclusi due anni come gestore di fondi. Sono specializzato in valute e materie prime e sono autore di diversi libri di successo su trading, macroeconomia e mercati finanziari.